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AfroWomenPoetry. La poesia delle donne nell’Africa sub-sahariana

2 Settembre 2020

di Antonella Sinopoli

Chi meglio delle donne può raccontare l’Africa, ognuna la sua Africa? Chi meglio di un poeta (una poeta) può superare – e anche infischiarsene di – barriere, censure, pregiudizi, alzarsi e prendere la parola? AfroWomenPoetry nasce con questi obiettivi: dare un contributo affinché queste donne salgano alla ribalta, amplificare le voci di giovani generazioni di poete, scoprirle, conoscerle, apprezzarle. Il progetto nasce nel 2017 e comincia in Ghana, tocca poi il Togo, la Costa d’Avorio, l’Uganda. La battuta d’arresto provocata dal Covid-19 (si stava per partire per il Sudan dove già erano stati presi i contatti con alcune artiste rappresentative del panorama poetico del Paese) è servita a fare riflessioni, progetti per il futuro, e anche a migliorare l’esistente (per esempio, ora tutti i video delle poete hanno i sottotitoli in italiano).

Sono 43 le poete, slameuse o artiste di spoken word, incontrate finora, per un totale di 133 opere. Temi importanti quelli trattati: violenza domestica, ruolo della donna nella società post e neo-colonialista, società patriarcale, sessualità, libertà e vincoli. Ognuna di loro con uno stile assai personale, scevro da convenzioni e norme stilistiche o compiacimenti che strizzano l’occhio al mercato editoriale o perfino al pubblico. Così, con la massima energia vitale e artistica di cui sono capaci, queste donne sperimentano se stesse e la propria capacità di esprimersi come individui liberi ma nello stesso tempo come gruppo sociale. È quello che definiremmo attivismo, è quella che si può certamente definire poesia civile.

Una delle cose più interessanti di questo andarsene in giro nell’Africa sub-sahariana alla ricerca di talenti (alcune di loro calcano le scene da anni, altre stanno cercando la loro dimensione pubblica) è il rapporto che si instaura con loro. Con molte è nata un’amicizia, la voglia di restare in contatto e continuare a confrontarsi. Darsi, insomma. Quelle che all’inizio ci hanno guardato con un po’ di sospetto, o almeno domandandosi quanta sincerità ci fosse in noi e nel progetto in cui volevamo coinvolgerle, poi si sono sciolte. È bastato qualche incontro in più, qualche scambio di idee, molti sorrisi. Il panorama della poesia al femminile nell’Africa sub-sahariana, diciamo la verità, è poco conosciuto. Forse solo gli addetti ai lavori, gli amanti del genere. Da anni stanno emergendo scrittrici (tra l’altro già note da molti anni all’estero) che l’Italia ha però tardato a fare entrare nelle proprie biblioteche (pubbliche e private), ma la poesia è storia a sé. Eppure è il modo da sempre più ovvio, naturale, per raccontare, non c’è bisogno di citare i griot dell’Africa occidentale, vero? Quel luogo del racconto (sì, luogo) è una zona libera – free zone – una sorta di porto franco dove nessuno può venire a chiederti una tassazione perché quello che esponi ti appartiene, ma nello stesso tempo appartiene – anzi si offre – a tutti.

Le parole delle donne che stiamo incontrando rappresentano “l’universo femminile nell’Africa che cambia” ed è appunto questo il testo di accompagnamento che abbiamo dato al titolo del progetto. Può la parola essere arma di cambiamento? Per noi sì, visto che in queste donne è la presa di coscienza che le spinge a parlare, raccontare, spiegarsi. E così, arrivare ad altri, ad altre. In questo periodo di preclusione ai viaggi, si diceva, non siamo stati con le mani in mano. Abbiamo aggiunto i sottotitoli ai video, abbiamo continuato a sviluppare relazioni e idee con le poete incontrate e anche con altre con cui siamo entrate in contatto in attesa di vederle di persone, e abbiamo avviato un nuovo progetto: la raccolta di testi poetici (anche di poeti, in questo caso) sul tema del disagio mentale. Stiamo scoprendo un mondo che intuivamo ma che ci sta offrendo sorprese e riflessioni. Giovani africani che hanno vissuto sulla loro pelle – o osservato nei familiari e nella società – questo problema e che ci danno la misura di quanto sia esteso e sentito. Anche in questo caso il nostro ruolo è di amplificare la conoscenza in Italia di questi artisti della parola, ma anche il dibattito sulla particolare questione. Da notare che molti di questi artisti – sia quelli di AfroWomenPoetry che del nuovo progetto sul disagio mentale, One Global Voice – sono slameur e slameuse e spoken work. Forme poetiche, di linguaggio e di interpretazione, che se in Italia posso sembrare tipici  di un ambito di nicchia, underground, tra i giovani africani rappresentano l’espressione più autentica, vivace, di una cultura dell’incontro, della strada, dell’emozione che investe tutti i sensi e quindi il corpo. Vederli esibire è la gioia più completa, ecco perché ci auguriamo prima o poi di poterne invitare alcuni in Italia per una esibizione pubblica.

Nel frattempo vi consigliamo di leggere, ascoltare e “guardare” le opere ad una ad una, con calma. Il sito di AfroWomenPoetry, in italiano, inglese e francese (e speriamo di aggiungere presto il portoghese) contiene i video in cui le artiste interpretano i loro lavori (di solito tre per poeta), il testo originale, la traduzione in italiano. Ci sono anche sezioni dedicate agli eventi a cui il progetto ha finora partecipato e qualche foto di backstage. Questi, invece, il canale YouTube e la pagina Facebook.

 

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